La neve a Fossano: quando la poesia del candore era condita dall’olio di gomito

Ogni inverno qui da noi scende la neve; tanta o poca, almeno per qualche giorno il suo manto ricopre la città.


«Nient’altro che del bianco a cui badare»

scriveva Arthur Rimbaud, e su quel “badare” ci si può lanciare in afflati romantici, perdersi in suggestioni emotive, in ricordi, in sensazioni d’animo.

Siccome qui trattiamo di documenti storici, l’approccio al “badare” ha un connotato più prosaico.

Non me ne vogliano i lettori sensibili e dall’animo poetico ma la neve, soprattutto quando cade copiosa, diventa un problema in una città.

Ben lo sa chi con l’approssimarsi della stagione invernale mette in conto la sequela di critiche che, con una puntualità degna di un orologio svizzero, arrivano spesso senza troppi fronzoli o distinguo.

Sui social network l’effetto domino sollecita perfino i riottosi a dire la propria per il tardivo sopraggiungere degli spalaneve, per l’economia di sale sparso sulle strade, per la pulizia sommaria sul viottolo della propria casa, non di rado accompagnando la lamentela – giusta o infondata che sia elude da questo contesto – con l’esclamazione: «… eppure io pago le tasse!».

Nei secoli passati la neve scendeva nello stesso modo e quantità: cosa c’era di diverso?

Una testimonianza ce la offrono le disposizioni comunali in pieno Settecento, quando Fossano aveva ancora strade in terra battuta e perfino la quasi totalità dei portici non era lastricata.

Le norme non lascino dubbi:

«All’inverno, cessato di nevicare, dovrà ogni abitante in questa Città, avanti la casa della loro rispettiva abitazione, aprir la strada, ed ammucchiar la neve in maniera che resti libero il passaggio tanto per le persone che bestie cariche, e carri, sotto pena di lire quattro…».

Dunque, armati di pala, i fossanesi provvedevano con tanto di olio di gomito a ripulire la via. Tempi duri, quindi. La motivazione era chiara: un servizio d’utilità collettivo, per il transito altrui, degli animali da traino e delle merci. L’ammenda prevista, piuttosto salata, non lasciava spazio a lamentele o a tergiversazioni.

Sempre per consentire il passaggio senza rischi per l’incolumità di chi procedeva sulla via, ciascuno era tenuto a rompere il ghiaccio, qualora una pulizia approssimativa della neve o l’abbassamento delle temperature avessero favorito la formazione di lastroni scivolosi.  

Con tutto ciò la Città non si sottraeva, da parte propria, dal metterci del suo, provvedendo allo sgombero sia della neve sia del ghiaccio della piazza e della contrada maestra lungo quella che oggi è la Via Roma, e che all’epoca contemplava il tratto viario dalla porta del Salice a quella del Romanisio, che oltre a fungere da arteria di collegamento tra le due estremità del centro urbano serviva per il mercato settimanale:

Il “lesön” sulle strade fossanesi

Nell’Ottocento e nel secolo scorso lo sgombero neve è documentato da capitolati ben precisi, almeno che sopravvenisse una nevicata eccezionale, come nel gennaio del 1929, allorché il Comune fu costretto a cooptare diversi gruppi di giornalieri e di carrettieri per risolvere le problematicità.

Diversamente l’appaltatore utilizzava una pala a triangolo che, anziché togliere la neve, l’accumulava ai lati della strada.

Essa era dapprima trainata da cavalli; solo molto più avanti da un trattore, al quale il Comune forniva i buoni per la “nafta”, in ragione di cinquanta litri per ogni operazione; se anziché la trazione a motore si usavano gli animali non si aveva diritto all’assegnazione del carburante.

Lesön” (pronuncia: lesun) è il termine dialettale che indica il passaggio dello spartineve.

L’incaricato percepiva un rimborso fisso, previsto per una doppia corsa di andata e ritorno sulle strade comunali se non fossero caduti più di 25 cm. di neve.

La somma era maggiorata di un quarto se l’altezza della neve misurava da 25 a 35 cm.; di 2/3 se andava da 35 a 50 cm. e, qualora il manto avesse sforato oltre il mezzo metro, sarebbe raddoppiata.

Questo dando per scontato che l’appaltatore, per incuria, non avesse raggiunto in ritardo la strada innevata.

Lo sgombero andava fatto ogni volta che riceveva l’ordine, di giorno come di notte, indipendentemente dal fatto che nevicasse ancora o meno. L’ordine partiva da quando sul manto stradale vi fossero stati 10 centimetri di neve a inizio inverno; 12 cm. a febbraio; 15 cm. da marzo in poi.

Si consideravano dunque le temperature del periodo: a marzo infatti sarebbe stato uno spreco far togliere la neve se lo strato non era piuttosto consistente, dato che il sole l’avrebbe sciolta di suo.

Una clausola raccomandava che “il becco” della pala fosse a raso terra, per cui occorreva caricare la parte anteriore di bastevole peso, per la gioia degli animali da soma; bisognava transitare nel centro della strada, cosicché la neve finisse accumulata circa metà per parte.

La carreggiata doveva essere aperta – all’andata – per 3,50 metri, e forzata a 4 metri per il ritorno. Soltanto se la neve avesse superato i 40 cm. era concesso di aprire la strada all’andata con la riduzione di un metro, ma al rientro occorreva comunque garantire 3 metri e mezzo di spazio carrabile.

L’unica eccezione erano le strade per i cimiteri, per le quali bastavano due metri d’apertura.

Il ritardo di due ore dall’inizio dello sgombero delle strade presupponeva un’ammenda; inoltre non era consentito interrompere la ripulitura delle vie: occorreva infatti terminare il lavoro anche con condizioni avverse.

La neve in città, raccontata per immagini:

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