Nonostante tutto è ancora lì: la chiesa del Salice

L’immagine in apertura, come le fotografie della galleria a piè di pagina, mostrano la chiesa di Santa Maria del Salice quando ancora aveva la volta, sebbene erosa dall’incuria e dalle infiltrazioni.

Prima, insomma, di fine aprile del 1984, allorché il sindaco Manfredi inviò un telegramma alla Soprintendenza per comunicare il crollo del tetto della navata centrale.

L’inizio del decadimento

Malconcia, puntellata, piena di crepe lo era da parecchio tempo, tanto che già il vescovo monsignor Franzoni nel lontano 1827 s’era interessato presso le Regie Finanze per recuperare i beni della soppressa Commenda dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, al fine di edificarne una nuova.

Nel periodo rivoluzionario infatti la chiesa del Salice e l’attiguo ex monastero divennero proprietà dello Stato: quella fu venduta all’avvocato Novelli e al fratello, questo al medico Vinderolli.

Tanto gli uni quanto l’altro si diedero da fare per demolire, smantellare e ridurre in pessimo stato gli edifici: non si fecero scrupoli a recuperare tutto ciò che si poteva estrarre dal complesso sacro, dal cimitero e dal monastero.

Nel 1864 il Governo pensò di abbatterla, per allargare il confinante ex monastero divenuto carcere: dieci anni dopo emanò un decreto di espropriazione forzata.

Restò lettera morta; passarono altri due anni e un nuovo decreto sospese il precedente per mancanza di fondi.

Nel 1917 il vescovo mons. Signori richiese proprio alla direzione del carcere l’autorizzazione per ampliare la chiesa occupando parte del loro sito. Il vescovo infatti aveva disposto il restauro degli interni, facendo scrostare gli intonaci e riportando alla luce parte degli affreschi medievali.

Il soprintendente Bertea consigliò di far ingrandire l’edificio, accorpando porzioni aggiuntive in parte del carcere, in parte del Comune.

Dal carcere però l’esito fu negativo, mentre l’amministrazione fossanese aveva fatto peritare il sito, e l’ingegnere civico Giachino – Amistà  relazionò a favore:

«… potendo in tal modo, con lieve onere, contribuire a una parte notevole dell’abbellimento di un pubblico edificio che, una volta restaurato, costituirà un’opera di decoro e di lustro per questa città».

Una chiesa nuova e bella per sostituire l’altra “che ha fatto il suo tempo”

Dagli anni Venti del Novecento però il parroco, con il sostegno del nuovo vescovo, riprese l’idea di erigere una nuova chiesa.

Nel 1930 il giovane sacerdote che amministra la parrocchia – don Lorenzo Berardo, che morirà centenario e che di questa fu il pastore indiscusso per decenni – invia alla Sacra Congregazione del Concilio le risposte a un questionario sullo stato della parrocchia: a proposito della chiesa stila una relazione minuziosa, dettagliata e circoscritta nella quale mette tutto l’impegno per dimostrare l’inutilità di conservarla e per caldeggiare la costruzione di una nuova.

Il parroco aveva chiesto l’appoggio dell’ing. Chevalley, che a più riprese cita nella relazione designandolo con “benemerito e illustrissimo commendatore e professore dell’Università di Torino”, il quale a titolo gratuito cinque anni prima aveva progettato i disegni per un nuovo edificio: una chiesa in stile gotico dal costo di un milione di lire!

Progetto Chevalley riproposto nel 1940

Inoltre lo Chevalley, nel suo ruolo di Ispettore onorario dei Monumenti, risultava congeniale per affossare il recupero della vecchia chiesa:

«… attualmente non presenta interesse artistico né archeologico; infatti non è neppure annoverata sull’elenco degli edifici notevoli per la storia e per l’arte della Provincia di Cuneo».

Insomma… se lo dice pure lui!

L’ingegnere quindi redige un progetto gratuito per una chiesa dal costo proibitivo, consapevole che potrà farsi soltanto se a nessuno passerà più per la mente la balzana idea di restaurare la presente, che potrebbe anche sparire dalla storia perché non compresa in una pubblicazione del 1914, nonostante fosse l’unica testimonianza di gotico padano in città, risalente alla metà del sec. XIII!

Guarda caso nel 1927, con nota 223 del 2 marzo, il Ministero della Pubblica Istruzione non ne aveva consentito la distruzione. Ma non c’è menzione del parere ministeriale nel questionario inviato a Roma.

 

Le trattative con il Comune

Inizia così una lunga trattativa con la Città, che dapprima cede una porzione di terreno nella vicina piazza d’armi, poi ulteriormente integrata per edificare una chiesa più capiente.

Nel 1939 il Comune fa una gratuita donazione, i cui lotti sono peritati a 25.000 Lire. Il vescovo avrebbe voluto comprarli ma il podestà propone la cessione con l’intesa di poter acquistare la vecchia chiesa a 70.000 Lire anziché 150.000, com’era il valore stimato.

Tre anni dopo la Città acquista ufficialmente la chiesa il 20 maggio 1941, con l’impegno di saldare l’importo in 5 rate annuali di 14.500 Lire.

Soltanto che non lo fa. Non pagherà.

In quel periodo era subentrato al podestà il commissario prefettizio Cappuccio, il quale rifiutò di versare le rate e dichiarò viziato l’atto, in quanto sprovvisto del decreto di esecutorietà della Prefettura.

Ora la situazione divenne piuttosto imbarazzante: l’atto era considerato nullo, e quindi di per sé la parrocchia poteva rivendicarne il possesso, ma nel contempo il Comune non aveva provveduto ad esperire le formalità necessarie per dichiarare ufficialmente la nullità.

In ragione di ciò, nel gennaio del 1962 il parroco cita in giudizio la Città di Fossano, che però vincerà la vertenza.

Nel frattempo la parrocchia ha trovato una sua nuova destinazione, non prima di passare per ipotesi alternative sul sito, tra cui nel 1950 la costruzione presso la caserma Bava, poi sede del liceo: il parroco avrebbe venduto al Comune la porzione di terreni in Piazza d’armi – già donatigli dal Comune -, per farne le case dell’I.N.A., e la Città si sarebbe impegnata per ottenere l’ex caserma Bava «per erigervi nella parte centrale e sull’asse di Via Roma la nuova chiesa».

In alternativa, e sarà ciò che accadrà, il Comune s’impegnerà a far avere alla parrocchia l’area situata tra l’ex casa del Fascio e il giardino pubblico.

Si demolisce o si conserva?

Gli ultimi anni Sessanta destano preoccupazione per le sorti della chiesa: la Casa di reclusione ne richiede l’abbattimento; così la pensano parte dei consiglieri comunali; la parrocchia guarda ormai alla nuova sede, consacrata e aperta al culto ad inizio di quel decennio.

Intanto chi affitta la vecchia chiesa come magazzino del vicino negozio di alimentari si premura di assicurarsi la continuità di locazione con il Comune, nell’incognita del momento.

Una posizione netta la prende la Società degli Studi Storici, Archeologici, Artistici della Provincia di Cuneo: nel gennaio del 1966 scrive alla Soprintendenza caldeggiandone la conservazione in quanto unico edificio gotico a Fossano. E la Soprintendenza si pronuncia contraria all’abbattimento dell’edificio antico, dichiarandolo monumento di interesse storico-artistico.

Ciò consente al sindaco Barbero di smorzare sia le velleità della Casa di Reclusione sia le proposte d’abbattimento del Partito Comunista locale, che guardava al prolungamento di Via Ancina al posto della chiesa, trincerandosi dietro il parere della Soprintendenza.

L’anno dopo il Consiglio Comunale con delibera 141 del 16 dicembre 1967 designa la destinazione d’uso della chiesa:

«previa l’occorrente opera di manutenzione ordinaria e straordinaria per la sua conservazione e di sistemazione per il suo idoneo impiego, verrà utilizzata quale sede di pubblici convegni».

Seguiranno una lunga serie di “tira e molla”, visto che a un anno dalla deliberazione consiliare ancora la Prefettura non si era pronunciata, con l’instancabile don Berardo a pungolare il sindaco, e il primo cittadino a far quel che poteva per chetare le reiterate sollecitazioni del parroco perché il Comune pagasse il dovuto.

Il 3 gennaio 1969 la Prefettura risponde affermativamente alla delibera di due anni addietro.

Si può finalmente fare la transazione sulla vertenza giudiziaria tra la Città e la parrocchia: quest’ultima riconoscerà la proprietà assoluta ed esclusiva dello stabile, rinunciando a qualsiasi diritto e pretesa sul fabbricato.

L’amministrazione salderà il conto dopo trent’anni.

La chiesa però rimarrà deposito per molto  ancora.

Fino a quando almeno c’è un tetto sopra la testa.

Poi, a tentare di demolirla, ci penserà il tempo.

Invano. Per fortuna.

 

 

Note di riferimento

 

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