La festa patronale: i “dietro le quinte” dei rituali civici

Ogni anno nella prima domenica di maggio si festeggia il patrono di Fossano: è il santo al quale la Città, a partire dal XV secolo, affidò la protezione della comunità.

Oggi ciò che si perpetua della devozione d’un tempo è manifestato da una serie di cerimonie che l’Amministrazione adempie compartecipando all’apertura della teca delle reliquie di san Giovenale, alla processione solenne e alle funzioni previste dall’apparato liturgico.

Ripercorrendo la storia a ritroso si ha però un’impostazione piuttosto differente all’attuale, perché nel corso dei secoli s’assiste a un mutamento di rapporti tra l’autorità comunale – laica, diremmo oggidì – e il sacro.

Quella che segue è una valutazione di atteggiamenti a livello istituzionale, non certo individuale, dove invece ciascuno aveva – ed ha oggi – una propria dimensione soggettiva, imperscrutabile, intima.

Si è scelto di trattare vicende della seconda metà del Settecento perché è un periodo significativo per descrivere una mentalità compiuta. Ci si trova infatti nell’Età Moderna, in decenni permeati dalle idee illuministe ma con la Controriforma ormai matura, nell’Antico Regime prossimo agli stravolgimenti della Rivoluzione francese.

Le tre chiavi della teca delle reliquie

La teca che custodisce le ossa del patrono è provvista di tre serrature, e occorrono tre chiavi per aprirla. Diverse l’una dalle altre.

Simbolicamente riproducono l’idea di potere com’era concepito fin dal Medioevo: del trono, dell’altare, della spada. Una era posseduta dalla Città; l’altra dai canonici della Cattedrale; una terza dai nobili detentori del beneficio sull’altare.

Quest’ultimi si tramandavano il beneficio già dei Santa Giulia, allorché Domenico di Santa Giulia aveva fondato la cappella patronale il 4 gennaio del 1459, con atto rogato Gioanni Rulfi, mentre nel 1468, il 12 luglio, con atto rogato Giovanni Rochi, Benedetto di Santa Giulia a sua volta istituì e donò la cappella di san Giovenale.

Per inciso, va detto che non era così pacifico rinvenire le chiavi: già in una visita pastorale, la prima della nuova diocesi nel 1593, al vescovo Daddeo non fu possibile neppure buttare un occhio sulle reliquie, perché non si trovarono le chiavi per aprire la teca.

Archivio vescovile Fossano, Visita Daddeo 1593

 

Lo stesso accadde nel 1757. In questo caso mons. Mazzetti non andò per il sottile:

«non trovandosi le chiavi della grata e della cassa, mandato a chieder un mastro ferajo, fu la seratura fatta schiodare, nel qual mentre la chiave ritrovata, fu sospesa ogni ulterior manufatura per tal fatto neccessaria».

La chiave della grata – è presumibile –, perché della teca il prevosto l’aveva, mentre il sindaco s’era portata appresso la propria, e l’abate Filiberto Bava sfoggiava la chiave concessa per procura dal conte Filiberto Valperga di Rivara.

In quest’occasione il ruolo del sindaco va ben oltre quello di autorità invitata a presenziare. Infatti l’amministratore si lamenta con il vescovo perché sotto il predecessore monsignor Pensa «furono esportate tanto pubblicamente, che furtivamente varie parti di tali sagre Ossa fuori della cassa medesima, e se ciò ogni visita occorrer ne venisse, presto presto si ridurebbe il Sagro Corpo in puoco o niente, cosa veramente che non ridondarebbe in molto lustro non che al Capitolo, che alla città pur tutta…».

Le dichiarazioni del sindaco vengono altresì inserite negli ordinati del Comune, in cui è annotato che egli «fece istanza allo stesso Monsignore d’intimare, come fece per mezzo del priore Mansi, segretario della Curia, la scomunica a chiunque si fosse fatto lecito di togliere alcuna benché menoma parte di dette ossa».

Archivio storico Fossano, Ordinati 1757

Una sorta di tutela convinta e appassionata nel timore che l’impoverimento del patrimonio osseo finisse con sminuire il prestigio pubblico, al punto di pretendere dal vescovo addirittura la minaccia di scomunica per l’avvenire.

La processione patronale

È in questa manifestazione soprattutto che l’amministrazione comunale investe tutto il suo prestigio. Vista come l’occasione principe per rimarcare il ruolo dell’autorità pubblica, i sindaci e consiglieri non intendono cedere presenza e coinvolgimento a terzi: tutto il popolo e molti forestieri intervengono alla funzione e la processione sigilla visivamente ranghi, gerarchie e cariche.

Ragion per cui la festa è promossa dalla Città.

Nel 1757 però i canonici della Cattedrale esigono d’esser coinvolti ufficialmente.

La mattina della solennità inviano un messo in Comune, con l’esplicito incarico di comunicare che qualora non fossero invitati nelle dovute maniere, nemmeno avrebbero partecipato alla processione della santa testa del santo.

«Il Sindaco, stomacato di un sì vil procedere da’ Canonici nel mandarle ad intimar per un messo il loro senso, quanto che potevano inviar comodamente almeno il sacerdote sacrista, fecce passar voce del conteso ai signori consiglieri… ed essi, alconché ne sentissero male di sì laida creanza, pure per oviare ad un scandalo che avrebbe fatto parlar non solo la Città ma il Piemonte tutto, consultorono il Sindaco passarle invito senza pregiudizio di quelle ragioni che in opposizione s’intendevano far valere».

Insomma, ci si risolse a “far buon viso a cattiva sorte”, senza alcuna intenzione però di mettervi una pietra sopra, anzi.

Pochi giorni dopo l’amministrazione è davanti al vescovo, dal quale è stato convocato pure il Capitolo della cattedrale. Le parti disputano, ciascuna adducendo proprie ragioni.

Il succo, al momento, verteva sulla decisione intorno alla festa: «se la volevano tutta sua [n.d.r. dei canonici], o commune, o pure tutta della Città». Presero tempo, senza di fatto arrivare a una conclusione.

L’anno successivo però gli amministratori non si sono scordati della vicenda e si è ben lontani dal soprassedere. Pertanto, con anticipo, si scrive al ministro, il quale delega il giudice a chiamare le parti.

La situazione si è complicata e sono sorte nuove differenze in merito alla festa patronale.

Archivio capitolare Fossano 1758

Il procuratore generale a questo punto convoca nella capitale il conte Alliaga di Montegrosso, in quanto sindaco, e i canonici Goletti e Rittatore come rappresentanti la Cattedrale.

 

L’esito della querelle

Le conclusioni dell’arbitrato statale stabiliscono che la festa patronale sarà comune della diocesi tutta, mentre la processione è civica, «per la quale sarà tenuta la Città passar invito al Capitolo per portarsi alla medesima». Ma in più viene pattuito «che le limosine che i devoti offrono nella bussola ove si dà a baciar la Santa Reliquia, quelle seguitino ad essere del Capitolo, come in adietro». È palese quindi che nel lasso di tempo dalla convocazione dal vescovo a Fossano all’incontro a Torino siano emerse altre questioni, frutto di rivendicazioni ben più prosaiche, e di ripicche tra i contendenti: vista l’enorme partecipazione non soltanto dei cittadini al bacio della testa di san Giovenale, è arguibile quanto fossero consistenti gli introiti monetari per l’occasione.

Inoltre «vien dichiarato spetar il sagro deposito delle sagre ossa del santo proprio della Città, e la custodia del medesimo del Capitolo».

Tra i punti aggiuntivi c’è pure l’obbligo del Comune di fare pubbliche devozioni soltanto in cattedrale e non altrove.

L’incontro termina con un saluto al re: i canonici si prendono una “reale ammonizione”: «onde che, come d’ordinario occorre che le differenze aportano fredure, così che non voleva loro che ciò occorresse in conto veruno, ma voleva bensì che le cose seguitassero a passar con buona armonia, sì come s’è sempre per l’adietro praticato». Segue bacio della mano e commiato.

Anche il sindaco bacia le mani al sovrano come da prassi, ringrazia e infine se ne parte «per Fossano a render al Consiglio conto d’ogni operazione».

La festa può proseguire, con le dovute accortezze a causa dei borseggiatori, ché ogni occasione è buona per far cassa:

 

 

Note di riferimento

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