Il mestiere più antico del mondo: la prostituzione in città (parte I)

Nel novembre del 1948 il sindaco Miglio riceve una lettera da palazzo Madama, Roma. A scriverla è un fossanese, il senatore Italo Mario Sacco. È membro della Commissione per l’esame di una proposta di legge che farà storia, avanzata dalla collega Merlin: riguarda l’abolizione delle “case di meretricio”.

Il deputato interpella il primo cittadino per un parere, visto che a Fossano poco prima era stata fatta chiudere l’attività, mentre nella vicina Mondovì al contrario se ne era aperta una:

«Ella comprende che rare volte si dà il caso di due provvedimenti così opposti, quindi è rarissima l’occasione per rilevare, in due centri sotto molti aspetti equivalenti, i fenomeni che è necessario conoscere obbiettivamente per potervi fondare un convincimento de facto prima di procedere alla definizione e alla risoluzione del problema giuridico…».

Le case di tolleranza a Fossano

Due secoli fa in città ve n’erano un paio. Nel 1872 l’attività gestita da una tale Parrodi doveva essere piuttosto proficua, a giudicare dagli introiti per l’Ufficio sanitario: in piena estate versava 17,50 Lire di tasse e ne spendeva 34,50 per le visite mediche delle sette “figlie”; più contenuta quella della Canavesio: 12,50 Lire di tributi e 17 Lire per i controlli alle tre “figlie” della casa.

Il fatto che il delegato sanitario le definisse “figlie” delinea un ambiente a noi oggi pressoché sconosciuto. Ma d’altronde le prostitute chiamavano in gergo “madre” la maîtresse, come si appura da una vicenda che fece scandalo in città alla fine degli anni Settanta dell’Ottocento.

La tenutaria, il parroco, il vescovo

Non è l’inizio di una barzelletta, bensì la sintesi dei protagonisti coinvolti a vario titolo in una storia che avrebbe potuto viversi in quel modo soltanto due secoli fa.

Lo si sottolinea per evidenziare quanto sia importante calarsi nella mentalità dell’epoca per comprendere atteggiamenti e misure altrimenti lontani dai parametri odierni.

Ciò che oggi potremmo ritenere insignificante, al tempo aveva invece un suo peso: ossia l’opinione pubblica; lo sconcerto delle persone semplici; la moralità radicata in ciò che adesso definiamo perbenismo ma che nel XIX secolo era un metro di valutazione nel vissuto quotidiano, soprattutto perché la Chiesa deteneva un ruolo di formazione delle coscienze, e dunque aveva l’onere di controllare costumi e atteggiamenti nella società.

Nel 1878 Anna Canavesio, tenutaria di un bordello a Fossano, si ammala gravemente: il parroco di San Giorgio, don Calcagno, viene informato che “la madre” è in fin di vita e vorrebbe ricevere il conforto religioso.

È anziana, in pensione, e si sarebbe trasferita altrove ma ne è impossibilitata per la malattia.

Il sacerdote si reca nel postribolo, accolto da varie persone di servizio ma «nessuna delle quali apparteneva alla schiera delle infelici che colà vivono, e che tanto quella volta, come tutte le altre, ebbero ordine di tenersi così appartate che io non ne vidi mai alcuna».

Nel suo racconto il priore ci tiene a specificare l’estraneità con le «infelici».

La confessa ma non le dà la Comunione perché non le sembra in fin di vita.

Il mese successivo lei peggiora, e viene richiamato per il viatico.

Lui si premura di consultarsi prima con il dott. Margaria, medico curante, il quale gli conferma l’imminenza del decesso.

Si reca sul posto, e lì i presenti insistono «dicendo che non volevano aver sopra di sé il carico e la responsabilità di aver lasciata morire senza sacramenti quella donna».

Prende tempo, e passa ancora da monsignor vicario per un consulto: ottiene il benestare.

A questo punto il priore si veste con il piviale; annuncia ai parrocchiani «in chiesa dalla balaustra e non nella camera» – previo consenso dell’interessata – che sta per recarsi «in quella casa», motivandone il perché; infine appura che nel lupanare «i quadri della camera erano tutti immagini di santi». S’erano dati da fare per rendere presentabile l’ambiente e evitare imbarazzi.

Mille precauzioni, insomma, in considerazione della delicatezza del contesto.

Le dà la Comunione; la sera seguente le somministra l’Estrema unzione.

Tutto questo dettagliato rapporto segue alle rimostranze del vescovo, e pure del can. Gamba, cancelliere della Curia, generato dallo scalpore in relazione al funerale.

Cos’era successo con la morte della tenutaria?

Monsignor Manacorda aveva interpellato il canonico Calcagno per delle conferme:

«Si tratta di sapere su ciò che si dice in tutte quasi le famiglie e nei pubblici Caffè relativamente al fatto a lei noto».

Il presule è preoccupato per l’enorme scandalo, tanto che «gli stessi Vescovi limitrofi con lettere caldissime mi esortano a non lasciar passare in silenzio un fatto che può avere conseguenze anche nelle vicine Diocesi».

Ovvero? Che sarà mai accaduto per generare tanto scompiglio, per scomodare perfino altri vescovi, e per indurlo addirittura a scrivere al Cardinale Prefetto del Santo Ufficio, il 9 gennaio del 1879?

Il resoconto per Roma traccia la versione acclarata dal Manacorda.

Vale la pena riportarla perché l’uso dei termini, le vedute tratteggiate dal vescovo, il tenore dello scritto sono una testimonianza vivida della mentalità del tempo. Uno spaccato significativo della morale e del pensiero in vigore in quei decenni, da leggersi con oggettività e senza i parametri mentali della nostra contemporaneità.

«Moriva nel giorno 12 dell’ultimo passato Dicembre la direttrice di un postribolo, la quale colla sua vita nefanda e col mercimonio che per tanti anni fece pubblicamente dell’onestà di tante infelici, non diede al pubblico quella soddisfazione che era dovere, non lasciò mai quella casa d’infamia, e neppure il governo della medesima; ciò non ostante un mese prima della morte erasi confessata dal parroco, nella cui parrocchia teneva legalmente aperto il postribolo, e come mi si attesta dallo stesso, le si sarebbe portato anche il Viatico, se vi fosse stato urgenza! Un mese dopo si aggrava il male della sciagurata prostituta, chiama il parroco, il quale ascoltatone la Confessione senz’altro le porta il SS. Viatico nella stessa casa e camera di prostituzione! Muore l’infelice e il parroco stesso le fa una sepoltura di gran pompa, qualificata qui di prima classe, e dal Rituale riservata alle persone e dignità più insigni; non basta: raccolti quanti erano sacerdoti in città, degni di seguire i consigli di un parroco come il sopra nominato, si porta a fare la levata del cadavere in detta casa d’infamia e precisamente nella camera dove la sciagurata spirava l’anima. Stando alla porta, la lunga processione delle Confraternite e dei vari stabilimenti di orfane, e ricoverate, con a capo le Religiose che ne hanno la cura, a cantare salmi e preghiere alle porte di un lupanare! le quali invero vi presero parte con somma ripugnanza e con manifesta ritrosia delle bambine, che mal sapevano rassegnarsi al portarsi in quella via del disonore…».

Il vescovo, nel contempo, aveva chiesto al parroco un resoconto dettagliato del caso, tra cui le motivazioni per la “levata solenne” del cadavere; i nomi e cognomi dei sacerdoti compartecipi nonché delle Opere pie che presero parte al rito.

Don Calcagno dichiarò che fu il becchino – l’antesignano delle Onoranza funebri di oggi – a provvedere agli inviti delle Compagnie e delle Opere pie, su mandato degli eredi, come pure nella scelta del tipo di sepoltura e delle spese annesse: «se io avessi avuto a fare solo coll’erede, avrei cercato di indurlo a sepoltura più modesta, perché a dire la verità, io non mi ci godeva per niente, ma con il becchino molto pratico di tali consuetudini io non potea fare a fidanza».

Il priore non fece il delatore, ma le generalità dei dieci sacerdoti compaiono comunque in un elenco a parte, con un nota anonima di chiarimento: «la levata del cadavere avvenne nella medesima camera della defunta coll’intervento di tutti i sacerdoti, meno don Pasero».

L’approccio con quella casa è invece diametralmente diverso per l’amministrazione cittadina, tanto che in più occasioni i sindaci si adopereranno affinché sia preservata l’apertura e l’utilizzo.

La casa di tolleranza e la prostituzione clandestina: controlli, modalità e pratiche (parte II)

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