Il castello prima e dopo il restyling, ma senza photoshop

Irriconoscibile, nevvero? Dalla foto in evidenza solo chi frequenta la biblioteca con l’abitudine di alzare lo sguardo in alto riscontra una certa familiarità con il soffitto a cassettoni dei saloni al primo piano.

Ebbene, narrare la storia del castello fossanese è come raccontare le vicende di un centenario: non si può ridurre un’intera vita a poche considerazioni, almeno che sia un coccodrillo sul giornale, per le esequie del defunto, pertanto sarà oggetto di vari interventi di quando in quando.

Tranquilli, nessuna intenzione di diventare monotematici!

In questo articolo ci s’inoltra nel passato recente, quello del secolo scorso, nel quale la destinazione d’uso del complesso medievale ha avuto i cambiamenti più vistosi.

Tutto comincia proprio ad inizio Novecento: nel 1903, dopo un terremoto, le torri risultano danneggiate e la Soprintendenza si attiva perché il Genio civile provveda a un’ispezione.

All’epoca il castello era usato come carcere.

Nel corso degli anni successivi il Comune si propone come acquirente, ma il soprintendente Bertea in una relazione al Ministero nel 1917 avanza delle perplessità:

«Mi permetto però di far notare che non sarà facile ottenere dal Municipio di Fossano la scrupolosa osservanza delle disposizioni sulla legge sulle antichità e le belle arti… Se s’accettasse tale soluzione… dovrà essere dichiarato che il Comune stesso si obbliga a mantenere il castello per uso pubblico o per uso amministrazioni cittadine…».

Nel frattempo il degrado avanza, tanto che in epoca fascista il commissario prefettizio ne suggerisce la demolizione, cosicché «il Comune potrà fare un’operazione in vantaggio della collettività e lo Stato annullerà una non indifferente passività e realizzerà anzi una attività non indifferente».

Chissà… oggi qualcuno avrebbe potuto aggiungere e annoverare l’iniziativa tra “le cose giuste fatte dal fascismo” che circolano sui social network!

Il Bertea, solerte funzionario pubblico, però si oppone fermamente, e di lì a poco il castello sarà consegnato al 34° reggimento di fanteria; successivamente verrà alloggiato il 28° artiglieria.

Cortile retrostante: si notano ancora le spalliere e le pertiche usate per le esercitazioni dei militari, la scala d’accesso alle cucine, le arcate tamponate delle torri posteriori

Sono da attribuirsi al periodo di soggiorno dell’esercito le frasi vergate sulle pareti, con motti e citazioni del duce. D’altronde le fotografie proposte a pié di pagina, messe a confronto con la situazione attuale, rivelano ambienti del tutto diversi agli odierni, con i saloni ristretti perché framezzati da corridoi di comunicazione e da muri divisori. Anche l’affaccio sul cortile era differente, con tamponature nel loggiato; un ballatoio di collegamento al primo piano e le arcate murate.

Alla fine della guerra la struttura cade nell’oblio: è occupata da abusivi che asportano travi, beni e infissi a scopo di combustibile! Insomma, chi s’era insediato alla bell’e meglio qui dentro doveva pur scaldarsi in qualche modo, e così aveva provveduto recuperando quanto trovava a disposizione in loco: “aiutati che il Ciel t’aiuta!”

Nel 1961 si effettua la prima perizia operativa della Soprintendenza; nel 1966 viene demolita la caserma Tenenza; tre anni dopo la Pacchiotti.

Sempre nel 1969 viene restaurata la porta di San Martino.

In quegli anni il recupero del castello procede pure sull’impianto esterno: un vero e proprio restyling della facciata e del portone principale, con la demolizione e la ripulitura dalle stratificazioni murarie antecedenti.

Nel 1972 i restauri vengono sospesi: la gran parte degli ingenti lavori è ultimata. Sei anni dopo, il 22 aprile del 1978, il castello è dato in concessione al Comune.

Nel 1979 l’assessore alla Cultura Maria Grasso Bedino riceve il mandato dall’Amministrazione per elaborare una destinazione d’uso a fini culturali, il cui progetto di fattibilità sarà affidato all’architetto Giuseppe Carità dello Studio S.A.I.A. Engineering.

A metà anni Ottanta il castello accoglie l’archivio storico comunale, la biblioteca civica, il sistema bibliotecario, e i servizi per le attività culturali: conferenze, mostre, percorsi turistici.

Quanto, oggigiorno, ciascuno può usufruire negli spazi che, poco a poco, si sono incrementati e valorizzati, soprattutto adesso che la città ne ha ottenuto il definitivo possesso.

 

 

Note di riferimento

2 commenti su “Il castello prima e dopo il restyling, ma senza photoshop”

  1. troppo onore!
    per me è un lavoro molto vecchio……..
    M i ero dedicato molto a studiare l’origine delle fortificazioni medievali e popi avevo scoperto una cosa fondamentale: il palazzo entro le mura trecentesche era di fine Quattrocento e chi avrebbe dovuto tutelarlo lo aveva parecchio distrutto: abbattuta la torre nord, abbattuto lo scalone quattrocentesco per costruiore una scala “in stile medievale”, degna di un ciabot di periferia!
    Tante scoperte, tante delusioni!
    Ma scoperto il nome di un nuovo scultore piemontese……

    1. Luca Bedino

      Se oggi il patrimonio culturale ha una sede così degna è grazie al tuo lavoro seppur cosi “lontano nel tempo”. Certo che, con il senno di poi, guardando a ritroso a taluni errori si dovrebbe porre rimedio: penso alla mancanza di un condizionatore sulla torre in cui sono recluso! Scherzi a parte, ti si deve la giusta gratitudine.

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