Lavarsi, fare il bagno, usare la doccia: l’incentivo pubblico alle buone pratiche

In affaccio sulla piazza del Castello, dal medesimo lato dove un tempo sorgeva il monastero delle clarisse, c’era un locale al pian terreno adibito a bagni pubblici.

Fin dall’Ottocento in città era attivo un servizio simile ed era svolto presso l’Ospedale Maggiore: nel 1875 fu presentato anche un nuovo progetto per apportare migliorie e ammodernamenti.

All’epoca era utilizzato sia dai poveri infermi del nosocomio sia dai nullatenenti del territorio; quest’ultimi vi si recavano nella stagione estiva.

Si trattava di misure caldeggiate dagli uffici d’igiene per evitare soprattutto il propagarsi d’infezioni.

Nel secolo successivo l’esigenza di usufruire di un bagno caldo in alternativa al tuffo nel fiume, alle tinozze ad uso familiare, alle secchiate d’acqua tirate su dal pozzo in cortile cominciò a essere rivendicata da una fetta della popolazione locale che, pur non versando nella mendicità, nemmeno poteva permettersi il lusso di un bagno privato in casa.

Ne esisteva uno vicino al naviglio di Bra, nei pressi delle filande, ed era adoperato specialmente dagli operai; risaliva al 1897 e dalle istruzioni ci si può fare l’idea di come potesse essere:

«… venga costrutto un rivestimento di tavole o di vimini della lunghezza di metri sei per ciascuna sponda e, inchiodata al detto rivestimento verso l’acqua, due scalette per salire e per scendere nel canale».

Insomma, un’agevolazione per bagnarsi nelle acque del naviglio: com’è intuibile, si tratta di preistoria in relazione all’odierna normativa sulla sicurezza!

I bagni municipali in piazza Castello

Nel 1929 la Cassa di Risparmio cittadina finanzierà la costruzione dei bagni pubblici – seri, s’intende –, appaltati alla ditta Nardi e collaudati dall’ing. Maurizio De Rege Di Donato, inaugurati il 1 maggio, festa patronale.

Resteranno aperti il mercoledì, che è giorno di mercato, e il fine settimana: nella bella stagione dalle ore 7:00 del mattino fino alle ore 20:00 di sera, salvo la pausa pranzo.

Sono dotati di una vasca di prima classe con doccia; una di seconda classe; le docce; con servizio di biancheria che per la prima classe contempla l’accappatoio, tre asciugamani e uno scendibagno; accappatoio e due asciugamani per la seconda classe: quindi chi ne usufruirà dovrà fare attenzione a non scivolare dalla vasca, uscendo bagnato. Un paio di asciugatoi andranno a chi farà soltanto la doccia.

Sono altresì incentivate le docce collettive per le scolaresche, con un minimo di venti pargoli, con opportuni sconti: s’intende infatti promuovere l’igiene per i piccoli, ma anche risparmiare sull’acqua calda coinvolgendo gruppi in una volta sola.

Lo stabilimento inoltre rilascia delle riduzioni a coloro che si abbonano a dieci bagni. Sconti al 50% per i mutilati ed invalidi di guerra e loro associati.

Entrando, i bagnanti ricevono un numero progressivo, grazie al quale accedono ai bagni in vasca o alle docce; tempo massimo: mezzora sotto la doccia; tre quarti d’ora nella vasca.

L’anno successivo all’apertura l’ing. Gioachino Amistà relaziona sul bilancio: come prevedibile si è in perdita, ma il Capo Tecnico comunale invita a non disperare. Parte così una campagna pubblicitaria intensiva, affidata alla ditta Alessandro Bertolino, con 26 inserzioni da alternarsi su “La Fedeltà”, una ogni 15 giorni, e sulla “Sentinella d’Italia”.

Il funzionario municipale osserva che per incentivare l’uso dei bagni il podestà potrebbe invitare i medici a raccomandarne la pratica ai pazienti, facendosi «propagandisti, particolarmente presso le classi popolari, delle virtù igieniche delle abluzioni».

Inoltre suggerisce una strategia che, a detta sua, potrebbe tornare di beneficio:

«Si tratterebbe di annunziare l’istituzione di una gara tra bagnanti durante il 1930, assegnando dei premi a coloro i quali effettueranno il maggior numero di bagni».

Può far sorridere, ma a ben pensarci non sarebbe un’idea tanto balzana istituirla anche oggidì.

Cinque anni dopo, il Regime fascista ordina ai Comuni di non consumare più nafta o di limitarla al massimo: dal 1935 quindi verrà soppresso il mercoledì come giorno d’apertura, per tutto il periodo fascista.

Il servizio procede comunque per quasi un ventennio: sarà interrotto soltanto per l’ammodernamento delle strutture, ma verrà riattivato quasi subito, nel 1948.

Proseguirà l’attività per un trentennio, fino al 1977!

Già… e doveva essere un’opportunità comunque apprezzata se l’8 ottobre di quell’anno una petizione di ben 73 cittadini tenterà, invano, d’indurre il sindaco a mantenere i bagni pubblici ancora aperti:

 

 

Note di riferimento

4 commenti su “Lavarsi, fare il bagno, usare la doccia: l’incentivo pubblico alle buone pratiche”

    1. Luca Bedino

      Molte grazie Rosy: fa piacere sapere di poter descrivere, almeno un poco, ciò che ci ha preceduto. A presto

  1. Complimenti! Scritto in modo semplice diretto piacevole a leggersi anche per chi come me digiuno di storia.

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