Efferato e di sangue, controllato, goliardico: il Carnevale nel Sette e Ottocento a Fossano

Il Carnevale è appena passato: un evento di grande partecipazione popolare allorché alle sfilate dei carri allegorici si sommavano le feste nei quartieri e negli oratori parrocchiali.

Da sempre momento di svago, di libertà, canzonatorio, il Carnevale era l’occasione per ribaltare i ruoli sociali e per “lasciarsi andare” prima dei digiuni e delle penitenze quaresimali.

A metà Settecento un concittadino dalla penna caustica, Giambattista Dray, nei suoi memoriali ci lascia testimonianza di alcune pratiche assai discutibili, con le quali i fossanesi chiudevano i bagordi carnevaleschi. Di certo sarebbe scorretto applicare il metro di giudizio contemporaneo a consuetudini di un contesto storico e culturale ben diverso dal nostro, ma ciò non toglie che immaginarsi i rituali d’allora lasci piuttosto sgomenti.

Ebbene, scrive il Dray:

«L’ultimo giorno poi del Carnevale si tirò il collo all’Occa da’ vetturialli, e tagliarono il cappo al gatto, con concorso di molto popolo, e con turba di molti mascaroni».

I vetturiali – chi insomma guidava carri, carrozze, diligenze – facevano parte di una delle tante corporazioni cittadine: a loro era demandata la cruenta pratica di “tirar il collo” all’oca, e all’altrettanto oscena di sgozzare e decapitare il gatto. Il tutto tra gli sguardi festanti dei concittadini e dei personaggi in maschera!

Sotto l’occhio vigile delle autorità

Quasi un secolo dopo il clima di festa in città era invece sotto controllo.

Siamo negli anni Quaranta dell’Ottocento e il contesto è mutato di parecchio: i moti carbonari prima e le tensioni risorgimentali dopo, obbligano chi di dovere a tenere a bada facinorosi e potenziali sobillatori.

Ragion per cui coloro che partecipano alle feste serali sono tenuti a consegnare le proprie generalità e a ottenere un permesso scritto. Sul registro viene annotato nome e cognome del fossanese, il soprannome della maschera che indosserà, quanti compagni si porterà al seguito. Un numero progressivo consente l’identificazione della ricevuta, che dovrà tassativamente essere mostrata qualora si addivenga a un controllo.

Copia di ricevuta in bianco

È interessante scorrere l’elenco delle maschere: moltissimi i “vecchi” e i “turchi”; frequenti le inversioni di ruolo di uomini in donne o quelle di stato sociale: in “domini”, ossia in nobili; le denominazioni di maschere classiche della commedia goldoniana; alcune invece piuttosto stravaganti, come la maschera “pino”, della quale risulta arduo coglierne la natura.

Le generalità coinvolgono aristocratici come il giovane Carlo Pittatore, e parecchi borghesi: i cognomi sono per la quasi totalità locali; di norma si è in coppia, talvolta in tre, di rado in quattro.

Per dare un’idea, ecco un breve video dimostrativo, prodotto con i potenti mezzi a disposizione e con la professionalità che può avere chi scrive… insomma, più che alla forma guardate alla sostanza… con occhio benevolo:

Nella seconda metà del XIX secolo invece è attestata la maschera ufficiale di Fossano: il Monarca, il medesimo poi “riciclato” nel palio cittadino odierno.

Qui di seguito la riproduzione di una poesia commemorativa “A ricordo della Tombola di beneficenza del Carnevale di Fossano del 1870”. Il testo inizia citando le maschere piemontesi Gianduia – e “duia” designava un capiente boccale per il vino usato nel Settecento – e l’antecedente Gironi, allusione probabile a Girolamo, fratello di Napoleone – con un rimando all’Antico Regime, accennando al codino della parrucca.

L’evento si cala nel locale: compaiono i toponimi Paciarina, bastione della Vista e Borgovecchio; come pure agli abbà e le relative badie. L’istituzione della tombola consente anche ai poveri di festeggiare il carnevale, denominato “rabadan” per sottolinearne il tenore goliardico. L’appello alla beneficenza è duplice: o cristiana, per “carità” – o laica, per “filantropia”.

Il componimento termina con un ode al ballo, con tutti i sottintesi del caso: d’altronde, non per nulla, era considerato dalle autorità ecclesiastiche dell’epoca un’occasione lasciva e di peccato. 

I versi sono in piemontese: lascio all’intraprendenza dei lettori il compito di tradurla nei commenti sul blog, se vorranno.

Non siate timidi 😉

 

 

Note di riferimento

 

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