Lo stemma della città

Lo stemma – per una città, per un’autorità ecclesiastica, per una famiglia nobile – era considerato un simbolo identificativo al pari, oggi, di un marchio, di un logo, di una griffe.
Usato sulle bandiere nei campi di battaglia, scolpito sui portali d’ingresso dei palazzi, decorato sulle ante delle carrozze, impresso sopra i biglietti da visita e sui sigilli di ceralacca, connotava l’ente o il casato.
I colori principali venivano adoperati per le livree della servitù e dei domestici, o per le divise dei “trombetta”, gli antenati dei messi comunali che con la tromba annunciavano l’inizio del consiglio comunale e le circostanze solenni della città.

Lo stemma medievale

Il Comune in origine ne aveva uno molto semplice: tre fasce “di sabbia”, ovvero nere, alternate ad altrettante “d’argento”, ossia bianche.

D’altronde in epoca medievale i vessilli si connotavano per l’estrema linearità, per essere ben visibili e riconoscibili anche da lontano.
La più antica riproduzione a colori risale al XV secolo: lo si ritrova negli Statuti comunali quattrocenteschi, in principio del volume pergamenaceo, all’interno di un capolettera.

 

 

 

Lo stemma moderno

Nel 1566 Fossano ottiene il titolo di “Città”, insieme al privilegio di adoperare lo stemma del duca Emanuele Filiberto “in cuore” al proprio, con il motto «Fidelitatis insigna»; il tutto circondato da due rami d’alloro.

La “grand’arma” sabauda all’epoca era già piuttosto ricca di elementi araldici, ma nei secoli a venire si doterà di ulteriori ripartizioni.
Alla fine del Cinquecento ad Alessandro Tesauro, nobile fossanese ben addentrato a corte, venne l’estro d’integrare lo stemma cittadino. Di propria iniziativa propose per l’edizione a stampa degli Statuti del 1599 l’aggiunta di un ulteriore motto: «Sic pectore firma», cioè “così salda in cuore”, come allusione dell’arma sabauda ben ferma nell’animo cittadino. Non contento dell’afflato poetico, l’erudito coniò un’interpretazione tanto fantasiosa quanto campata in aria: le fasce di primitiva origine risalivano, a detta sua, ai sei villaggi fortificati che diedero vita a Fossano.

A suffragare la sua immaginazione gli venne in aiuto anche un canonico, uomo erudito nella storia com’era di moda in quei tempi: il canonico Giovanni Negro infatti contribuì enumerando le sei “comunità”: Borgovecchio, Romanisio, Villamairana, Salmour, Ricrosio, Salice.

Nonostante gli studi storiografici abbiano del tutto smontato quella che oggi sarebbe una “bufala”, la diceria non soltanto è dura a morire, ma addirittura viene “riciclata”, come s’usa fare con le fake new, adducendo che le sei fasce simboleggiano i sei borghi cittadini.

Tutto ciò in barba al fatto che per secoli la città fosse ufficialmente divisa e connotata in terzieri.

Le vicende dello stemma cittadino non si fermano al Cinquecento: nel 1614 il duca indice un “consegnamento d’arma” per tutto lo Stato.
Di tanto in tanto accadrà: la registrazione ufficiale serviva per l’autenticare gli stemmi, vista la proliferazione di falsi e di arbitrari. Ebbene, allorché nella segreteria si prende nota di quello fossanese, viene confuso il motto, e anziché “fidelitatis” si segna “felicitati[s]”. Insomma, si era passati dalla fedeltà alla felicità, tant’era la fede monarchica: «viva i Savoia», verrebbe da chiosare.
In quegli anni però lo stemma sarà riprodotto correttamente dal Barotto su una tela che raffigura il santo patrono Giovenale, la protettrice santa Brigida e la Vergine con Bambino, da sistemare sull’altare della città. Adesso il dipinto è nell’ufficio del sindaco.
Sotto Carlo Emanuele si aggiunse la corona comitale: nel 1622 infatti diventa contessa di Genola; in seguito, nel 1696, lo sarà anche per Maddalene, Gerbo, Piovani, San Vittore, Mellea e Murazzo.

Lungo il Seicento lo stemma troverà nel Boetto uno dei suoi illustratori più fecondi, mentre nel secolo dopo, vista la complicazione nel riprodurre l’intricata “grand’arma” del duca, si passò al ben più semplice scudo di Savoia semplice. Talvolta con l’aquila sveva con lo scudo di Savoia in petto: la cosiddetta “Savoia antica”.

Nell’Ottocento capitò che lo stemma fossanese perse la corona di conte, recuperata dopo la Restaurazione, a favore della corona di città, con le torri al posto dei puntali con le nove perle, come è ancora visibile sulla volta di una sala nel palazzo comunale, in una versione novecentesca. È la scelta adottata proprio quest’anno per la realizzazione del logo cittadino.

Lo stemma fossanese, come approvato e registrato ufficialmente, ricalca quello originario del 1566, con alcune integrazioni successive, suggerite dall’estro fantasioso nei primi decenni del secolo passato,  rimaste intatte fino ad oggi (vedi qui).

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